Uno degli aspetti più intriganti della personalità e della vita del grande Tiziano è indubbiamente la sua veste di imprenditore: uomo d’affari scaltro talvolta spregiudicato è impegnato nel commercio del legname e in svariate compravendite, ma, soprattutto, ben conscio del valore della sua opera e
attento alla sua promozione e divulgazione.
Così, a fronte di una straordinaria fama raggiunta negli anni amplificata dal fatto di riunire in sé le cariche di “pittore imperiale” e di “pittore ufficiale della Serenissima” e a fronte di un crescendo inarrestabile di incarichi cui ottemperare, diviene rilevante il ruolo svolto della bottega, avviata nell’alveo
della tradizione veneta ma sulla cui organizzazione interna, sul cui modus operandi, non si erano mai svolte indagini approfondite.
Si entra così in un sistema di produzione articolato, nel quale il problema del rapporto tra maestro ed aiuti (collaboratori, assistenti, apprendisti, garzoni, ecc.) tocca quelli ben più urgenti relativi al concetto di originalità e di imitazione, al gusto estetico e al mercato artistico dell’epoca.
“Bottega” dunque come longa manus del maestro, costituzionalmente predisposta alla resa mimetica delle sue ideazioni, per cui era inutile chiedersi e per molti committenti lo era davvero se l’opera appena acquisita fosse tutta farina del suo sacco; irrilevante supporre in che misura egli vi avesse messo il pennello.
“Bottega dunque come fattore determinante nelle dinamiche di produzione e nella strategia imprenditoriale di Tiziano”.
Quando nel 1531 Tiziano trasferisce l’èquipe in una casa studio affacciata sulla laguna a Biri Grande in cui sono ospitati anche alcuni dei collaboratori più stretti l’attività è fervida e intensa come non mai e richiede un’ulteriore evoluzione nella struttura interna. Per tenere fede alla sua attività
imprenditoriale e agli impegni presi il maestro adotta il sistema delle repliche, creando dei modelli successivamente riproposti e variati: il metodo presupponeva una fase di ricalco e poi l’intervento, o più interventi magari compiuti dallo stesso maestro tesi a diversificare le opere attraverso gli elementi iconografici, i particolari aneddotici e l’ultima mano.
Non semplici copie dunque, ma rielaborazioni ogni volta nuove di un modello, affidate alla bottega nella sua complessità: un’ossatura di base attorno alla quale imbastire combinazione nuove e di
volta in volta variate.
Che Tiziano avesse una chiara visione imprenditoriale della sua attività è dimostrato anche dall’importanza via via maggiore che egli attribuisce alle incisioni come sistema di divulgazione e di promozione delle sue opere. Dopo la collaborazione con vari xilografi tra cui emergono Giovanni Britto e Niccolò Boldrini e la breve esperienza negli anni Trenta con il Gian Giacomo Caraglio, all’inizio degli anni Sessanta Tiziano si accosta all’incisione riproduttiva, facendo riferimento soprattutto a Cornelius Cort; e proprio al 1566 risale la concessione rilasciata a Tiziano dal Consiglio dei Dieci del “privilegio” editoriale (copyright) sulle stampe tratte dai suoi dipinti da Cort e Boldrini: un “diritto d’autore” ante litteram, che frutterà non poco al già benestante Tiziano.
Anche la scelta del maestro di possedere una propria “impresa” rientra in questa logica: uno stemma che raffigura un’orsa che, leccandolo, dà forma al suo cucciolo (altrimenti informe secondo la leggenda) e che reca in alto la scritta “Natura potentior Ars”, a sottolineare il ruolo del pittore che con la sua arte modella la materia grezza della natura.
Il rapporto comunque tra il maestro e il suo àtelier diventa ancora più stretto nell’ultimo ventennio e dunque proprio nella fase indagata dalla mostra.
La ridotta cerchia di collaboratori Orazio, il nipote Marco, Valerio Zuccato e un pittore tedesco, ancora piuttosto oscuro, di cui l’esposizione dà testimonianza proponendo l’unico dipinto fino ad ora noto, Emmanuel Amberger figlio di un maestro celeberrimo e di interesse estremo, Christoph che ebbe un rapporto con Tiziano nel corso del suo primo soggiorno ad Augusta costituisce un vero e proprio clan che condivide interessi e dividendi, agendo di comune accordo sotto le direttive dell’anziano maestro.


