Tiziano. L'ultimo atto. 15 settembre 2007 - 6 gennaio 2008

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Inedito

Riportato all’attenzione della critica dopo oltre settant’anni di incomprensibile silenzio – nonostante il riconoscimento dell’autografia di Tiziano da parte di Fiocco, Suida e di Roberto Longhi – e presentato al pubblico in questa occasione per la prima volta, il “Ritratto di donna” di Tiziano in collezione privata, esposto in mostra nella sezione allestita a Pieve di Cadore, è di grande fascino non solo per la qualità e la bellezza del dipinto, ma anche per l’intrigante ipotesi, qui proposta, in merito all’identità della giovane raffigurata.

L’impressionante ritratto muliebre – un olio su tela di cm 118 x 94 – figurava già nel catalogo della vendita dei resti della collezione di Ch. Fairfax Murray, dispersi a Berlino nel novembre del 1929, sebbene con l’incongrua attribuzione a Paris Bordon. Agli inizi degli anni Trenta lo si trova presso
l’antiquario veneziano F. Asta ed è qui che lo vedono sia lo studioso tedesco Wilhelm Suida che Giuseppe Fiocco attribuendolo – l’uno all’insaputa dell’altro – al pittore cadorino; entrato quindi a far pare della collezione dei conti Del Torso di Udine, il dipinto passa, solo nel 1984, agli attuali proprietari, che lo sottopongono ad una complessa indagine diagnostica (curata da E.DI.TECH di Firenze) che accerta la piena compatibilità, dei materiali e delle tecniche pittoriche utilizzati nell’esecuzione, con i processi creativi tizianeschi.

Compatibilità che danno “conforto e vigore alle conclusioni di carattere stilistico” afferma Puppi che “conferma senza esitazione” l’attribuzione a Tiziano, convenendo con la datazione al decennio 1540-1550, già suggerita dal Suida e dal Longhi “traendolo al fine fuori dal tunnel della dimenticanza
in cui troppo a lungo è rimasto segregato”.

La donna effigiata, ripresa di tre quarti, ha una posa matronale, accentuata dall’eleganza esuberante dell’abito e dall’acconciatura di trecce, annodate e fissate da un fermaglio di pietre preziose e di perle, e dal protendersi e poggiare delle mani su un piccolo canestro di rose; alle sue spalle, sulla sinistra un pesante drappo di broccato su cui pende un ramo d’alloro e, sulla destra, un vasto, ondulato paesaggio boscoso, attraversato da un arcobaleno.

A chi voleva rinvenire l’ennesima raffigurazione della figlia Lavinia, già Longhi obbiettava infastidito che poteva forse trattarsi di un dipinto allegorico, ma Lionello Puppi suggerisce ora un’altra riflessione, affiancando in mostra l’opera inedita di Tiziano allo splendido dipinto di Jacopo Tintoretto reso noto da Anna Pallucchini nel 1971 – anch’esso in collezione privata – e alle medaglie del Vittoria ritraenti quella Caterina Sandella, governante, amante ma soprattutto madre di due figlie dell’Aretino, il grande letterato amico di una vita, nonché promotore e “agente” del maestro cadorino.

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