Esporre Tiziano Vecellio a Belluno, con una mostra allestita fra le contrade dei borghi e i profili delle montagne che lo hanno visto nascere oltre cinquecento anni fa, diviene per l’architetto un modo per rileggere ed attualizzare pensieri ed emozioni finora vissuti unicamente attraverso le suggestioni scaturite dalla magia delle superfici dipinte. A volte, io stesso resto sorpreso di come il contesto geografico dell’ambiente in cui si vive riesca a trasmettere motivi e suggestioni capaci di incidere nelle diverse forme espressive e tali da indurci a fantasticare, oltre ogni ragione, verso mondi lontani, verso condizioni misteriose. I luoghi fisici del territorio parlano delle poetiche delle opere anche a distanza di tempo e i paesaggi custodiscono un’identità dello spirito che riemerge con forza nelle testimonianze degli uomini.

Lo scrittore Carlo Dossi ha osservato acutamente come il carattere determinante di un’opera è spesso condizionato dal contesto paesaggistico che colpisce l’occhio dell’autore.
Tutto questo vale anche per Tiziano Vecellio nato e cresciuto a Pieve di Cadore, in un territorio modellato da una ricca geografia ai piedi delle Dolomiti. La pittura di Tiziano porta con sé la memoria dell’articolazione degli spazi geografici e la capacità, propria dell’uomo di montagna, di focalizzare il tema descritto.
È, quella di Tiziano, una forma di comunicazione diretta che giunge immediatamente al cuore del tema dipinto. I ritratti, i racconti o le allegorie tracciati pongono l’osservatore di fronte ad un evento che lo coinvolge con forza come parte attiva della narrazione; quasi fosse un momento vissuto ritagliato dall’esperienza quotidiana.
L’opera dipinta diviene parte di una nuova realtà che l’osservatore identifica attraverso dettagli e particolari che gli sono familiari e che lo pongono al centro della narrazione.
Il rapporto che viene a stabilirsi fra l’occhio di chi osserva e l’opera dipinta è senza mediazioni o diversivi: il dipinto si rivela come una nuova esperienza di vita capace di irradiare emozioni.
Con queste premesse è evidente come il percorso espositivo per l’allestimento delle opere di Tiziano, della sua bottega o dei pittori coevi, richieda spazi adeguati alla odierna sensibilità e tali da promuovere un confronto capace di stabilire un dialogo fra l’osservatore e le opere esposte.
Il labirinto degli spazi esistente all’interno di Palazzo Crepadona a Belluno non costituisce certo l’occasione più favorevole per questo compito: troppe le articolazioni dei percorsi e troppo pochi gli spazi di pausa adatti all’evento espositivo e all’esigenza della contemplazione.
In questo contesto, l’allestimento proposto ai pian superiori del Palazzo si limita al recupero delle sale esistenti con una correzione dovuta all’inversione del “tradizionale” percorso espositivo (il visitatore sale ai piani attraverso la scala a chiocciola in ferro che si trova a sinistra dell’ingresso per ridiscendere, dopo il percorso espositivo, al piano terra con la scala in pietra che sfocia nel cortile).
I differenti spazi che accolgono i dipinti vengono collegati fra di loro con la posa di un nuovo pavimento in tappeto nero nell’intento di uniformare l’itinerario della mostra, isolare i dipinti e guidare il visitatore. La conclusione della mostra avviene nello spazio del cortile al piano terra dove è costruita una nuova sala espositiva dentro un cubo di dodici metri di lato. La luce penetra dall’alto sulle pareti, appena sopra la quota di gronda dei tetti dell’intorno, e si diffonde attraverso un soffitto a forma di piramide rovesciata. Questo nuovo spazio, dove verrà collocata la pala di San Giacomo in cammino, supplisce da un lato alla carenza di spazi espositivi di Palazzo Crepadona e, dall’altro, diviene punto focale del percorso espositivo, cuore fisico del palazzo stesso e punto conclusivo dell’evento “Tiziano. L'ultimo atto” nell’intento di connotare anche architettonicamente con un gesto inatteso dopo l’articolazione del percorso ai piani superiori la straordinarietà dell’evento che raccoglie, cinquecento anni dopo, una delle produzioni pittoriche più felici della storia.

L'architetto Botta ha curate anche l'allestimento della sede di Pieve di Cadore nella sala consiliare del palazzo della Magnifica Comunità di Cadore.










